Università di Parma

Giovani Ricercatori a Parma: Filosofia Medievale

Il nostro Ateneo è sede di moltissime eccellenze nel campo della Ricerca Scientifica. 

L'Informagiovani di Parma, che collabora con l'Università degli Studi di Parma in diversi ambiti, vuole dare visibilità ai giovani ricercatori che lavorano sul nostro territorio. 

Oggi la ricercatrice in Filosofia Medievale Irene Binini ci racconta di sè, del suo lavoro e della sua passione per la ricerca!

1. Breve presentazione: chi sei, cosa fai, da dove arrivi e dove stai andando.

Sono Irene Binini e sono una ricercatrice in Filosofia Medievale presso l’Università di Parma. Ho cominciato questo lavoro nel 2019, dopo che un progetto coordinato da me e supervisionato dal Prof. Fabrizio Amerini (UNIPR) ha vinto un grant “Marie Curie” finanziato dall’Unione Europea. Per questa e per altre connessioni che ho avuto in passato con università e opportunità di finanziamento in Europa, devo dire che – pur essendo le mie origini biografiche e filosofiche qui a Parma – mi sento a tutti gli effetti una ricercatrice europea.

Ho studiato a Parma durante la mia laurea triennale e magistrale, e sono quindi molto legata al dipartimento in cui lavoro (oggi, dipartimento DUSIC) e alle persone che ne fanno parte. Credo che per l’ambito filosofico l’Università di Parma abbia sempre proposto un percorso formativo di qualità altissima, che nel mio caso è stato anche accompagnato dall’instaurarsi di relazioni molto significative a livello personale e lavorativo. Devo dire che altrettanto importante per me è stato estendere poi la “rete” di relazioni filosofiche al di fuori da Parma. Dopo la laurea, ho studiato e lavorato alla Scuola Normale di Pisa, dove ho conseguito il dottorato nel 2017, e alle università di Boston, Cambridge, Auckland, Oxford, Friburgo, Varsavia e Toronto. Nel portafoglio ho tesserini di università e biblioteche di 3 continenti, e spero che in futuro continuino ad aumentare! Quindi, alla domanda “da dove vieni” rispondo che, per quanto riguarda la mia ricerca filosofica, vengo da tutte queste parti, e ovunque ho incontrato professori e professoresse, colleghe e colleghi che considero dei veri e propri “maestri”. Il sentirsi parte di una comunità internazionale è per me uno degli aspetti più belli di questo lavoro.

Oltre che ricercatrice, sono mamma di Davide, che ha ora 16 mesi. Diventare mamma ha cambiato molto (in meglio, direi!) il mio modo di lavorare, pur con le difficoltà di conciliare maternità e lavoro che incontrano i genitori di tanti ambiti lavorativi. Da mamma filosofa, non vedo l’ora che mio figlio arrivi alla fase di chiedere sempre “Perché?”, penso che andremo avanti ore e ore con le nostre disquisizioni!

Sono anche una grande appassionata di musica classica e di letteratura, di Appennino e di viaggi a piedi. Con mio marito, Andrea Merusi, ho coordinato per alcuni anni il festival It.a.cà a Parma, dedicato al turismo e al viaggio responsabile, e con alcuni amici abbiamo fondato un’associazione culturale (“Il Taccuino di Darwin”) che si occupa di divulgazione scientifica, soprattutto sui temi della sostenibilità. Abbiamo camminato insieme a fratelli e amici lunghe vie storiche, come la via Francigena, il cammino di Santiago e l’Alta Via dei Parchi.

2. Come hai scelto di dedicarti alla ricerca? 

Ho scelto questo lavoro perché, come tante altre ricercatrici e ricercatori, sento l’enorme piacere e la bellezza di confrontarmi con il pensiero umano in una delle sue forme più sofisticate e complesse: la filosofia e la logica. Come mi ha detto in un’occasione il professor Wolfgang Huemer, supervisore della mia prima tesi di laurea, studiare filosofia è l’avvicendarsi di una serie di incontri, incontri con le idee che accompagnano la nostra storia da millenni - e che hanno anche in tanti casi modificato profondamente questa storia, determinandone il corso – e incontri con le persone che hanno pensato queste idee, e con le loro storie personali. Il tema della mia ricerca, ad esempio, sono alcune logiche che hanno a che fare con i concetti di “possibilità” e “necessità”. Le filosofe e i filosofi si sono interrogati sulla natura di questi concetti fin dalle origini della filosofia stessa, e ancora oggi queste parole sono profondamente intessute nel modo in cui parliamo, ragioniamo, facciamo scienza, religione, arte. Seguire lo sviluppo di questi concetti nella loro storia significa quindi compiere l’affascinante incontro con qualcosa che esiste da secoli, millenni, e fa parte di noi ancora oggi. Inoltre, fare ricerca significa svolgere un lavoro che mi porta continuamente a contatto con persone estremamente interessanti, studentə, colleghə, insegnanti, da cui apprendo costantemente. Il mio lavoro poi, si svolge spesso in uno dei posti più belli del mondo: le biblioteche! Chi non sarebbe felice di lavorare in un posto come la Palatina o la Paolotti?

3. Qual è l'ambito principale della tua ricerca? In cosa consiste?

Mi occupo soprattutto di logica medievale e antica, e in particolare, come accennavo, la mia ricerca è incentrata su un tipo di logica cosiddetta “modale”, che include e manipola i concetti di possibilità, impossibilità e necessità – o altri concetti a questi correlati, come libertà, contingenza, immaginabilità, concepibilità. Ho cominciato a lavorare su questo ambito durante la mia laurea magistrale. La mia tesi era sulla logica modale di Aristotele, una delle tante teorie che – seppur siano passati più 2300 anni da quando è stata elaborata – nessuno ha ancora capito del tutto, e che anzi è stata definita “a realm of darkness” (un regno delle tenebre). Mi sono poi spostata al medioevo durante il dottorato, e lì ho incontrato uno dei grandi amori della mia vita, Pietro Abelardo, probabilmente uno dei più grandi logici mai esistiti.

Ho cercato a lungo prima di decidere di specializzarmi in questo tema. Dopo la laurea, infatti, ero molto indecisa su quale ambito orientarmi – considerate che scegliere un tema di dottorato significa decidere come passare i futuri 3 anni della propria vita (spesso, di più!), oltre che determinare le opportunità lavorative del post-dottorato. Il professore che mi ha seguito durante il dottorato, Massimo Mugnai, mi ha dato il grande consiglio di “seguire il cuore” e scegliere il tema che trovavo più divertente e stimolante, e ancora oggi lo ringrazio per questo consiglio perché gli anni dal 2013 a oggi li ho passati con Abelardo e i suoi scritti, e mi sono divertita moltissimo in sua compagnia!

Dall’anno scorso e con l’inizio del mio nuovo progetto, pur rimanendo sempre nell’ambito della logica modale, ho cominciato a studiare altri autori, conosciuti come “Oxford Calculators”, logici inglesi che hanno vissuto all’inizio del XIV secolo e che hanno esercitato una grande influenza sulla filosofia e la scienza successiva. Questo studio è ancora all’inizio, sono nella fase in cui raccolgo manoscritti, testi e idee, sperando di ricavarci qualcosa di sensato! Al momento, sono affascinata dal tema dell’impossibilità e da come questo concetto è stato interpretato nella filosofia medievale.

Il medioevo è un ambito meraviglioso per una storica della filosofia: ci sono tantissimi autori ancora quasi sconosciuti e ciononostante di altissimo livello, moltissimi testi inediti e manoscritti ancora da studiare e “decifrare”, moltissime interpretazioni ancora da dare. È un ambito che consiglierei assolutamente per una tesi di laurea o dottorato!

 4. Qual è l'aspetto più affascinante o interessante del tuo lavoro?

Forse alcune idee sono già emerse nelle risposte precedenti, provo a riassumerne qui qualcuna. La prima è che lavorare con la filosofia e la storia della filosofia ci porta a “incontrare” idee e persone che hanno costruito la storia dell’umanità e ne hanno determinato il corso. A chi non ha fatto studi umanistici, a volte non è chiaro come la filosofia, l’arte, la letteratura modifichino profondamente la storia e abbiano quindi un’enorme influenza sul modo in cui parliamo, pensiamo, interagiamo fra noi, sul sistema di regole che ci diamo come individui o società. Incontrare i filosofi e le filosofe passate significa stare in compagnia di persone che hanno a tutti gli effetti “fatto la storia”, e questo per me è un aspetto affascinante.

Inoltre, fare ricerca oggi significa entrare in contatto con una comunità di ricercatori e ricercatrici che lavora in tutto il mondo, persone che spesso da colleghi si trasformano in maestri e amici. Credo fermamente che la filosofia, come la scienza, sia un lavoro collettivo, in cui i piccoli pezzetti di ricerca individuale si uniscono a formare quella che chiamiamo la “storia” della disciplina e del pensiero, e questo è senz’altro un altro aspetto unico del lavoro di ricerca.

Chiudo dicendo che la ricerca in filosofia spesso ci porta a confrontarci con il concetto dell’inutile. A volte ci chiedono (o noi ci sentiamo obbligati a porci domande come): “a cosa serve per l’oggi studiare la logica medievale? O la logica modale? A cosa ci serve capire Abelardo o Aristotele? Come possiamo servirci di questi temi per i problemi dell’oggi?” Ora, posto che, come accennavo prima, il pensiero filosofico ha in realtà un ruolo molto importante, anche se spesso profondo e sotterraneo, nel modificare la realtà e la storia, nonostante questo fare filosofia significa per me anche confrontarmi con la bellezza e l’importanza di studiare l’inutile. In una retorica che lega ogni studio e ogni ricerca all’utilità immediata, ai riscontri o ai risultati, all’efficienza, penso che sia importantissimo riscoprire il bisogno dell’uomo di occuparsi di cose “inutili”, cioè non immediatamente applicabili a uno scopo pratico. Come scriveva Primo Levi a prefazione di un suo racconto,

“Qualche lettore si chiederà a cosa servano queste ricerche […] uno spirito laico [risponderebbe] che la domanda non è pertinente, e che un mondo in cui si studiassero solo le cose che servono sarebbe più triste, più povero, e forse anche più violento del mondo che ci è toccato in sorte.”

Negli anni passati, mi sono ripetuta spesso questa frase, e a volte mi trovo a vedere il mondo della ricerca come un luogo privilegiato in cui si dedica la vita a qualcosa che non è immediatamente “utile”, o la cui utilità non ci è stata ancora rivelata, e che pur tuttavia è fondamentale.

 5. Cosa consigli ai giovani interessati ad avvicinarsi al mondo della ricerca universitaria?

La carriera in ambito accademico al giorno d’oggi è un percorso non facile, costellato di molte incertezze e in cui spesso il periodo di “precariato” che precede la stabilità lavorativa è molto lungo. Inoltre, la grande mobilità che questo lavoro richiede, pur essendo spesso positiva e arricchente, è anche molto impegnativa da un punto di vista familiare e personale, perché comporta uno “sradicamento” che a volte può durare anni. Ma credo che queste cose i giovani le sappiano già. Anzi, spesso quando qualcunə dice che vorrebbe dedicarsi alla carriera universitaria deve affrontare un coro di voci di amici e parenti che cercano di dissuaderlo e riorientarlo verso carriere più pratiche! Scelgo quindi di dare qui consigli più concreti e positivi a qualcuno che vorrebbe o che ha appena intrapreso questo percorso lavorativo. Ci tengo però anche a ribadire che il problema del precariato nell’Università italiana (in particolar modo, per quanto riguarda le ricercatrici donne) è un problema reale e che va affrontato con decisioni politiche chiare e che spero portino a un ripensamento nei sistemi di reclutamento e avanzamento nelle università.

Ecco allora i miei consigli per aspiranti giovani ricercatrici e ricercatori:

1- costruire pazientemente una rete di colleghə e professorə di riferimento, persone che possano fornire consigli, feedback e aiuto durante il percorso della ricerca. La ricerca non è un lavoro solitario, e sentirsi parte di una comunità è molto importante per andare avanti col lavoro, soprattutto nelle inevitabili fasi di stallo o difficoltà.

2- approfittare di tutte le esperienze internazionali che l’Università offre durante gli anni della laurea. Interagire con altre università e con colleghə internazionali è molto importante sia per avanzare nella carriera di ricerca sia per imparare “il mestiere”.

3- tenere d’occhio alcuni “cambi di paradigma” che stanno modificando gli sviluppi della ricerca: nel mio ambito, solo per fare un esempio, si stanno aprendo molti indirizzi prima quasi inesplorati, come l’interesse per la storia della filosofia in tradizioni non occidentali e non-europee (ad esempio, la storia della filosofia araba o indiana). Specializzarsi in uno di questi ambiti “emergenti” può senz’altro aiutare a trovare il proprio posto nella ricerca accademica contemporanea. 

4- curare il proprio “benessere mentale”. Questo lo dico soprattutto per persone all’inizio del dottorato o giovani ricercatorə all’inizio della carriera: a volte questo lavoro porta un livello di ansia da prestazione molto difficile da gestire, e purtroppo la situazione di pandemia (che ha purtroppo allontanato gli studenti e i ricercatori dai luoghi di incontro nelle università) ha esasperato questo stato d’animo. Per la mia esperienza, ribadisco ancora quanto, nel mio caso, la rete di colleghə e amicə dentro e fuori dall’Università è stata determinante per mantenere la rotta!

 6. Su quali tematiche ti piacerebbe in futuro condurre i tuoi studi?

Al momento, ho in mente di dedicarmi alla scrittura di un libro tutto dedicato al concetto di impossibilità nella storia della logica antica, medievale e moderna. Mi sto dunque circondando di letture “impossibili” negli ambiti più disparati, dai paradossi medievali ai quadri di Escher, dagli esperimenti mentali di Galileo ai racconti di Borges! Se volete aggiornamenti, potete seguire gli sviluppi di questa ricerca sui siti: irenebinini.com e calculatoresproject.com

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