Università di Parma

Giovani ricercatori a Parma: Biotecnologie

Il nostro Ateneo è sede di moltissime eccellenze nel campo della Ricerca Scientifica. 

L'Informagiovani di Parma, che collabora con l'Università degli Studi di Parma in diversi ambiti, vuole dare visibilità ai giovani ricercatori che lavorano sul nostro territorio. 

Oggi il ricercatore in Biotecnologie Enrico Baruffini ci racconta di sè, del suo lavoro e della sua passione per la ricerca!

Breve presentazione: chi sei, cosa fai, da dove arrivi e dove stai andando.

Mi chiamo Enrico e sono un genetista presso il Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma. Sono nato a Parma ormai 40 anni fa e, sin dalle superiori, avevo deciso che avrei svolto il mio percorso universitario presso l’Università della nostra città. Nel 1999 mi sono iscritto alla laurea triennale di Biotecnologie, quando era ancora in fase sperimentale la riforma 3+2. Essendo il primo anno nel quale è stato istituito il corso di laurea, sono stato fra i primi a laurearmi come “Dottore triennale” nel 2002. Successivamente mi sono iscritto al primo corso di laurea specialistica di Biotecnologie Industriali, e mi sono laureato come Dottore Magistrale nel 2004. Quindi, ho acquisito il Dottorato in Biotecnologie presso il nostro Ateneo nel 2008, dopo aver svolto un anno di ricerca presso la UCL di Louvain-la-Neuve, in Belgio. Infine, dopo alcuni anni come borsista e assegnista, nel 2015 sono stato assunto come ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Bioscienze. E’ difficile dire dove sto andando, perché spesso nel nostro ambito, anche per gli scarsi finanziamenti destinati alla ricerca, bisogna “navigare a vista”.

Come hai scelto di dedicarti alla ricerca? 
Fin da bambino ero interessato alla scienza, tanto che avevo il piccolo chimico con cui fare “le pozioni” e un microscopio. Alle superiori sono stato poi conquistato dai grandi risultati ottenuti in quel periodo grazie all’ingegneria genetica, specificamente nello sviluppo degli OGM, per cui avevo deciso che il mio destino sarebbe stato quello di modificare il DNA, e così è stato.

Qual è l'ambito principale della tua ricerca? In cosa consiste?

Fin dall’inizio del Dottorato, la mia ricerca si è focalizzata sull’utilizzo del lievito Saccharomyces cerevisiae, il comune lievito di birra, per la “validazione” di mutazioni umane associate a patologie mitocondriali. Grazie alla similarità e alla conservazione fra geni umani e di lievito, ho introdotto infatti queste mutazioni nei geni corrispondenti del lievito per vedere se anche il lievito “si ammalava”. Lo step successivo, di cui mi sto occupando principalmente adesso, è utilizzare i vari modelli di lievito “malati” per cercare molecole in grado di farli guarire, da testare poi su organismi superiori, al fine di trovare sostanze a potenziale azione terapeutica nell’uomo.

Qual è l'aspetto più affascinante o interessante del tuo lavoro?

Sicuramente un aspetto affascinante è poter svolgere una ricerca nuova, dovendola adattare al gene che si sta studiando in quel momento. Ma l’aspetto veramente affascinante è vedere se, dopo settimane o mesi spesi a costruire il modello, questo presenta un fenotipo patologico: “mettere su le culture di lievito” al venerdì e vedere al mattino di lunedì che il ceppo è “malato” non ha prezzo in termini di soddisfazione. Vuol dire che si è lavorato bene, ma soprattutto che hai confermato la causa di una patologia umana, cosa che sta alla base di future diagnosi e della ricerca di possibili terapie.

 Cosa consigli ai giovani interessati ad avvicinarsi al mondo della ricerca universitaria?

Il primo consiglio è di avere una buona preparazione teorica: gli esami universitari vanno passati non in quanto tali, ma perché le conoscenze acquisite serviranno sicuramente nella ricerca. Ma il consiglio più importante è di cercare, fra i vari ambiti di ricerca, qualcosa che ti affascina davvero.

Quale ambito applicativo prevedi per i risultati dei tuoi studi?

L’ambito applicativo immediato della mia ricerca è quello di dare una risposta ai malati, e ai loro genitori, circa la causa della patologia di cui soffrono: alcuni, prima di sapere la causa molecolare della patologia, aspettano degli anni. Per chi decide inoltre di portare avanti una nuova gravidanza dopo aver avuto un figlio malato, questa informazione permette di fare un’analisi prenatale. Inoltre, una volta saputa la causa, è possibile cercare delle opzioni terapeutiche, sebbene nell’ambito delle patologie mitocondriali questo risulti molto complicato.

Su quali tematiche ti piacerebbe in futuro condurre i tuoi studi?

In futuro vorrei utilizzare il lievito per lo studio di altre patologie, in primis, nell’immediato futuro, del Covid. Grazie alla semplicità del sistema lievito, potrebbe essere una buona piattaforma per cercare molecole in grado di bloccare l’entrata del virus SARS-Cov-2 nelle cellule umane.

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